La fontana di Garibaldi

Molta parte della storia di una comunità, se non è scritta e documentata, si perde nel tempo e col passare degli anni ne rimane solo traccia nella memoria dei vecchi, che abilmente la colorano con la propria fantasia come è successo spesso in passato. E’ capitato così che ad Albinea uno di questi episodi sia arrivato alle nostre ultime generazioni in questi termini: Il Generale Giuseppe Garibaldi, di passaggio un giorno da Albinea con le sue truppe, per dissetare i suoi soldati, piantò la spada nel terreno e ne uscì uno zampillo d’acqua che servì allo scopo”. In realtà le cose sono andate diversamente e la leggenda si tramuta in storia.

            La fontana di Garibaldi, come la tana della Mussina, sono luoghi sacri alle nostre tradizioni verbali, ma pochi sanno veramente dove e cosa sono. L’antica fontana effettivamente c’è ancora, c’era anche molto prima di Garibaldi; è coperta da rovi nel fondo valle del rio Poiano, appena dietro alla residenza comunale di Albinea, lungo la vecchia strada che dalla Fola portava a Regnano. Questa strada, modificata già nell’ottocento (ora via Garibaldi) era rimasta una carraia per i buoi fino agli anni sessanta quando gli ultimi contadini (Grasselli, detti Tànein) la mantenevano ancora pulita. Un tempo faceva parte dei poderi  dell’antica Villa Tarabini (Parco Fola). Nel 1982 è stato fatto un tentativo di restauro della fonte dai soci della Pro Loco   col consenso del proprietario (Dr. Benedetto Catalini), che però non ha avuto seguito. Oggi il problema si ripropone con la ristrutturazione della piazza, del parcheggio e il recente acquisto della Villa Tarabini da parte del Comune. La fontana rimane fuori dalla proprietà comunale ma la Pro Loco sta trattando una soluzione per poterla inserire in un percorso turistico attorno al paese da inaugurarsi nel 2011 in occasione delle celebrazioni dell’Unità d’Italia.

            Tornando alla storia, agli inizi dell’ottocento durante il periodo napoleonico, il nostro territorio faceva parte del comune di Scandiano, e all’incrocio delle quattro strade (oggi la Fola) esisteva solo una locanda per il cambio dei cavalli e la distribuzione di sale e tabacchi chiamata appunto Osteria della Fola (che diventerà poi la residenza comunale demolita negli anni settanta). Dietro all’osteria la vecchia strada portava a Cà Bottazzi passando vicino alla nostra sorgente, una delle poche sulle colline, considerata allora un bene prezioso per dissetare uomini e animali. Nel 1860, dopo l’Unità d’Italia, il Consiglio del nuovo Comune, formato dai personaggi più facoltosi della zona che sapevano leggere e scrivere, ( Bagnoli, Viganò, Ottavi, Calvi, Sforza, Spadoni, Bottazzi ecc.) prende in affitto alcuni locali dell’Osteria della Fola, che era di proprietà dei Bottazzi, e inizia così l’attività amministrativa che giunge fino ai nostri giorni.

            Il Risorgimento e le gesta di Garibaldi, che sono ancora nell’aria,  accendono gli animi anche ai nostri amministratori che sono coinvolti al punto tale di voler ricordare questo momento nel tempo per i posteri. Tra i consiglieri c’è anche il Sergente Enrico Bottazzi (classe 1883), che era stato a fianco di Garibaldi nei “Cacciatori delle Alpi”( più tardi sarà anche eletto Sindaco di Albinea dal 1893 al 1896), che sarà stato certamente influente in questa scelta. Non essendoci ancora attorno al Comune nessuna altra struttura valida, degna di tanto onore, pensarono che una sorgente fosse il punto più prezioso e dignitoso per erigere un monumento, tanto più che era vicino al poligono dove la Guardia Nazionale, che era formata dai Capitani delle tre Ville, svolgeva il proprio addestramento nel “Tiro a Segno” in fondo alla valle stessa.

            In tal senso il Consiglio comunale, capeggiato dal primo Sindaco Cosimo Cosmi, fa incidere una lastra di marmo da mettere sul manufatto in mattoni della fontana con la seguente scritta: ”Al Generale del Popolo Giuseppe Garibaldi – Fonte di libertà e d’emancipazione – Albinea lì ….maggio 1862”. La mancanza del giorno è dovuta probabilmente al fatto che i tempi di allora non erano calcolati al secondo come oggi. Garibaldi sarebbe venuto a Reggio in quel periodo di maggio e forse invitato anche ad Albinea. Effettivamente Garibaldi venne poi a Reggio ma ad Albinea non arrivò mai e il giorno sulla lapide rimase bianco. L’opera restò così incompiuta, ma di questo momento è rimasto comunque un ricordo importante per la nostra comunità e una primizia epigrafica in quanto è la prima lapide della provincia dedicata all’eroe quando ancora era in vita.

Mattaiano

Sul colle di Mattaiano, a sud di Borzano in località “Vedetta” (450 mt), oltre tremila anni fa  si dice sorgesse un’ara sacrificale votiva al dio Giano, nume tutelare della pace e della guerra. Su questa altura si offrivano le vittime a Giano bifronte, vitelli e tori, alla presenza di innumerevoli schiere delle popolazioni pagane della zona, che lassù salivano per invocare la pace e il benessere sulle loro tribù. Non esistono in tal senso documentazioni a conferma di questa mitica diceria popolare, ma alcune considerazioni potrebbero avvalorare questa ipotesi. I nomi di questi colli hanno una analogia che non è casuale e la desinenza comune ano si ripete in molte località del nostro territorio ancor oggi in uso.

            Etimologicamente, il nome Mattaiano deriva dal latino mactare Jano – sacrificare a Giano – così come Scandiano da scandere Janum, recarsi a Giano; Viano = via Janum, via che conduce a Giano; Regnano da regnum, Regno di Giano. Si crede che anche a Fondiano (fonte di Giano), nei pressi di Regnano, sorgesse una fonte sacra al dio pagano.

            In quel che rimane del vicino castello di Borzano, all’interno dell’antica chiesetta parrocchiale dedicata a S. Giovanni, negli anni ottanta del secolo scorso è stata scoperta casualmente nel pavimento, sotto l’altare, una grossa pietra di enormi dimensioni (cm 160x80x20). Il monolite, in arenaria non locale, presenta una strana canaletta scavata a mo di cornice sui due lati, terminante in una piccola tazza di raccolta. Questa pietra potrebbe essere la stessa  descritta nella leggenda per i sacrifici sul monte. La vicinanza dei due luoghi infatti far pensare all’antico altare sacrificale da cui nasce la leggenda.

            Su questo colle di Mattajano, come simbolo predestinato dalla storia, sorse poi nel settecento un’Accademia letteraria, come detto in altra parte, nella quale si riunivano il Vallisneri, lo Spallanzani e altri studiosi per incontri letterari. All’interno di questo modesto stabile, che ancora oggi esiste circondato da cavalli allo stato libero, è dipinto lo stemma e una scritta che ricorda e tramanda l’antica leggenda “…mactabitur victima Jano

ISOTTA E MUSSINA

libro-e-candelaNarra, un’antica leggenda, che il capo delle guardie del Castello dei Manfredi in Borzano, certo Ramorra, un giorno passeggiando a cavallo lungo i sentieri che portano al Cavazzone, incontrò Isotta, una pastorella che spingeva al pascolo un branco di agnelli, mentre coglieva fragole e mirtilli, attenta a non sciupare il suo abito nei rovi delle siepi. Ramorra, vista la bella ragazza, fermò il destriero e le chiese compagnia, ma ella rifiutò sdegnata. Saputo che la donna era prossima alle nozze con Lippo da Montericco, il capo delle guardie, con un tranello, di lì a poco la trasse prigioniera al Castello, ove la fece rinchiudere in una sala della torre che guardava il burrone. L’ira di Lippo, alleato coi giovani del suo paese, non tardò a divampare. Aiutato da una guerriera misteriosa di nome Mussina che abitava entro una grotta ai piedi del maniero, Lippo penetrò nel Castello  e violò la prigione della sua bella riuscendo ad evadere con lei dalla fortezza. Dato l’allarme nella corte, furono sguinzagliati gli arcieri del Duca, per rincorrere  i due innamorati che nel frattempo si erano rifugiati entro la vicina grotta ove Mussina preparò loro una modesta cena col latte di capretta. Lippo lasciò ben presto la tana e riparò a Montericco con la speranza che anche Isotta lo avrebbe prima o poi raggiunto. Ma quel giorno non venne mai. Di Isotta e Mussina nessuno seppe più nulla e sul loro mistero fiorirono leggende. Diversi scrittori dell’ottocento come il Veneri e il Terrachini narrano versioni contrastanti. La fantasia vuole immaginare Isotta, in una notte di luna, coronare il suo sogno con Lippo e poi fuggire su un carro verso il regno dei sogni, portando con se l’amica Mussina nel mondo della luce dove non si invecchia mai. E’ così che la leggenda della Mussina ritorna sempre nuova e gentile, e i vecchi di Borzano la tramandano tuttora ai loro nipoti con malcelata fierezza, memori che la virtù e la bontà possano ancora riportare l’uomo agli ormai perduti paradisi terrestri

La scala santa

Nel 1855 Albinea fu devastata da una orripilante epidemia, il “cholera morbus, che seminò strage tra la popolazione, come si legge nel “Libro dei Morti” presso gli archivi parrocchiali. Si narra che durante la pestilenza, una povera vittima si trascinasse a stento lungo la salita del rio Lavacchiello, presso Valle, tra Borzano e Montericco, in un paesaggio desolato; nessuno per timore di contagio, osava prestare soccorso a quel disgraziato il quale, guadagnata la vetta si inginocchiò. I cittadini, usciti dai rifugi,  notarono proprio sopra la salita strani segni di luce in cielo e un soffio di speranza allargò i loro petti. Il morbo, da quell’istante, scomparve e la vita riprese serena e operosa. Gli abitanti di Borzano interpretarono quei segnali luminosi e l’improvvisa scomparsa del morbo, segni manifesti della Provvidenza e battezzarono la salita “Scala Santa”. Per ricordare quel momento venne poi innalzato un pilastro in mattoni, come tante Maestà che si vedono sulle nostre strade. L’edicola e ancora visibile lungo la strada che porta a Valle (via Motti 14).