Ambiente e natura, flora, fauna corsi d’acqua e fontane

Il territorio del Comune di Albinea presenta più tipologie ambientali e quindi diverse comunità animali ed associazioni vegetali: dall’ambiente umido di fiume, all’ambiente di prateria a quello di bosco. Non a caso nel periodo paleolitico vi furono insediamenti di popolazioni dedite alla caccia, che sui terrapieni fluviali trovarono rifugio per poi spingersi alla ricerca di prede nella pianura acquitrinosa; così come nel Neolitico, come dimostrano i reperti archeologici ritrovati nei fondi di capanne, in particolar modo sui versanti di sinistra dei torrenti meglio esposti al sole. Attualmente su tutto il Comune c’è una ricca presenza di fauna selvatica e, in particolare, di selvaggina cacciabile anche grazie al lavoro di autogestione delle organizzazioni venatorie locali. Nelle zone di pianura (a nord dell’antica “Viara”, la strada pedemontana più antica della via Emilia), è frequente incontrare lepri e fagiani che ben si adattano alle coltivazioni a foraggio e non subiscono gli effetti negative di coltivazioni intensive ad alto uso di fitofarmaci, quali frutteti e barbabietole, qui poco presenti. Sono stati tentati reinserimenti di starne, non con grande successo, ma è possibile, qua e là, avere la fortuna di imbattersi in un branchetto e godere del tipico “frullo”, il rumore dato dal frenetico sbattito d’ala del branco che si alza, come per magia, da un posto dove sembrava che ci fossero solo delle sterpaglie. Nei parti è possibile anche incontrare le tipiche specie di prateria, quali le allodole. Lungo i torrenti, ed in particolare nel Crostolo, le sorprese certo non mancano. Infatti, malgrado l’acqua non sia qualitativamente proprio delle migliori a causa soprattutto di inquinamento organico, vivono anatre dall’elegante livrea, quali il codone (dalla coda lunga, come si intuisce dal nome), il mestolone (con il becco a forma di mestolo), il germano reale (l’anatra più diffusa, con il maschio facilmente riconoscibile per la testa color verde scuro). Si incontrano poi altre specie: veramente unico è il piccolo martin-pescatore, un uccello che vola velocissimo a pelo d’acqua, che si nutre di pesci, ed i cui colori sgargianti azzurro-verde sul dorso e aranciato sulle parti frontali, tradiscono le sue origini orientali. Sempre lungo il Crostolo non è frequente incontrare aironi cinerini e nitticore alla caccia di carpe, cavedani e streggi. Sulle prime alture vicino ai castelli medievali di Montericco e Albinea, nonché ai resti di quelli di Borzano, cambia il paesaggio ed anche la fauna. In questi luoghi, dove le genti trovarono rifugio dalle invasioni straniere quasi un millennio fa, hanno trovato rifugio anche numerose specie di rapaci. La più diffusa è la poiana, poi frequente è la possibilità di avvistare falchetti, tipo il gheppio. Non si vede e non si sente perché silenziosissimo e notturno, ma pure il sempre più raro barbagianni caccia arvicole, topiragno e ratti facendole in “barba” (è il proprio caso di dirlo) a gufi e civette. Le lepri sono meno diffuse che in pianura, mentre per le starne l’ambiente è più idoneo ma vale il ragionamento già fatto prima. Non è raro incontrare un daino, un cerbiatto e qualche cervo ed è sempre una piacevole sorpresa incrociare il loro sguardo nel bosco, prima che si voltino e fuggano con una corsa saltata. Su un ramo si può scorgere uno scoiattolo, rossiccio e dalla coda gonfia, il tipo di scoiattolo più bello del mondo, mentre rimaniamo ingannati da una ghiandaia che imita il verso della poiana per far fuggire i predatori suoi concorrenti in modo da avere il campo libero. La ghiandaia, così come la gazza e le cornacchie, è un uccello intelligentissimo in grado di imparare e di essere addomesticato. Il territorio di Albinea è dunque ricco di fauna ed il suo paesaggio conserva ancora tratti poetici, anche se non è immune da piccole o grandi aggressioni dovute all’espansione urbanistica.


 

Considerazioni sui nomi delle piante nel nostro dialetto

 

Passeggiando tra prati e boschi delle nostre colline in una domenica piena di sole, dimenticando per qualche ora i pensieri quotidiani, si può gustare metro per metro quell’eterno spettacolo che la natura ci offre a pochi passi da casa. Il procedere tra luci ed ombre del sottobosco tra profumi che variano da un punto all’altro e che preannunciano la presenza di un’essenza o di un cespuglio in fiore, ci compensano dell’eventuale fatica della scampagnata. In questi momenti il contatto con la natura diventa desiderio di conoscenza e di amore. Tra le piante che incontriamo alcune ci sono famigliari, le conosciamo per nome o almeno pensiamo di conoscerle. In realtà ad un esame più approfondito ci accorgiamo della nostra carenza botanica o spesso ci troviamo nella più completa ignoranza per ciò che ci circonda. Sappiamo da nozioni scolastiche che la denominazione scientifica di ogni pianta è in latino ed è formata da nome e cognome, proprio come il nostro.  Il primo indica il genere, il secondo la specie.

 

Antonio Cremona Casoli, studioso reggiano del primo novecento e di ceppo albinetano, ( il padre era proprietario del castello del Più Bello alla fine dell’ottocento )  ci viene in aiuto con un testo pubblicato nel 1933 “Considerazioni sui nomi delle piante nel dialetto reggiano “ dal quale apprendiamo, tra le più conosciute: la Camamélamatricaria camomilla”. Mèlva “malva officinalis”, Lein “linus usitatissimum”, Rora “quercus robur”, Cornèl “cornus sanguinea”, Sales “salix viminalis”,  Piopa “populus alba”, Sambug “sambucus nigra, Zneiver  “juniperus”. Ma le denominazioni più interessanti sono quelle sorte  e create direttamente dal dialetto, in base alle osservazioni e all’utilità della pianta o su qualche sua proprietà.  Pè d’esen è il “ranunculus velutinus”,  assai comune nei prati a pèrimavera la cui foglia somiglia all’impronta dello zoccolo di asinello. Boca ed leoun “anturium maius”, dalla forma del fiore che comprimendolo lateralmente si mostra simile alle fauci del leone, Lengua ed càn “plantago lanceolata” con foglie lanceolate e lunghe,  Ciuldoun“armillaria mellea” fungo somigliante a un chiodo, Sfuracina “morchella esculenta” funso spugnoso, Lòfa “Iycoperdon bovista” fungo a palla, Curai èd bèssa “tamus comunis” dai piccoli frutti rossi, Suffioun  o Pessalet “taraxacum odontoleon”. Altra distinzione nel nostro dialetto è l’aggiunta al nome generico di “matt” o “boun”, di “smesteg” o “salvadeg”. Da ricordare anche la denominazione specifica di “capoleg” con significato di grande e bello. Rileggendo questi nomi dialettali, ci accorgiamo che fanno parte della nostra vita, li conosciamo da sempre e così li tramanderemo come è stato fatto fino ad oggi.